CASAVECCHIA: UN VINO TUTTO DA SCOPRIRE, IL PRIVILEGIO DI DEGUSTARE UNA DOC ANCORA POCO NOTA

27Riguardo al vino Casavecchia va subito detto che si è aggiunto alle DOC campane da pochissimi anni e quindi non desta meraviglia il fatto che in tanti non conoscano questo vino e il suo vitigno omonimo. Basti considerare che il suo consumo è appannaggio per più del 50% nella stessa provincia di Caserta dove nasce, il 75% si consuma in Campania e appena il 15% va sul territorio nazionale.; l’ultimo 10% va sui mercati esteri. Dunque potremmo dire che si tratta di una “DOC a kilometri zero”, nel senso che viene consumato soprattutto la dove nasce, il che non è detto che sia un fattore negativo: le cose buone sono spesso nascoste ai più, vanno scoperte, ed in qualche maniera noi, che campani siamo, non me ne voglia chi non lo è, abbiamo il vantaggio ed il privilegio di poterne più facilmente recuperare una bottiglia per degustarlo e fare la sua conoscenza.

L’abbiamo fatto in una delle nostre degustazioni conviviali che ci regaliamo periodicamente con quanti ci accompagnano in un ideale viaggio, anzi no, direi piuttosto concreto, A Spasso tra i Sapori, ed è stata un’esperienza che senza meno raccomandiamo a quanti vogliano conoscere un vino che ha sicuramente molto da dire e raccontare di sè.

bicchiere_nobile[1]Quando scende nel calice il Casavecchia rivela subito una consistenza che già annuncia un carico di sostanza e promette sensazioni intense ed avvolgenti già all’olfatto. Il colore è di un suadente rosso rubino abbastanza intenso, che tende naturalmente al granato con l’invecchiamento, mentre al naso si annuncia con frutti maturi ed un put pourri di mammole e viole secche per presto virare verso sensazioni di buona evoluzione con accenni di spezie esotiche, cannella zenzero, pepe. Questa morbida complessità è pure sostenuta da una diffusa mineralità.

Il Casavecchia, vino, è prodotto all’interno di un territorio ristretto che comprende i comuni di Castel di Sasso, Formicola, Liberi, Pontelatone, e si spinge solo fino a Caiazzo, Ruviano e Castel Campagnano, tra il fiume Volturno e il Monte Maggiore, a nord di Caserta. Da disciplinare, questo vino è prodotto da uve “Casavecchia” per almeno l’85% (il restante 15% uve rosse approvate per  la regione Campania), in due tipologie, “Rosso” e “Riserva”. L’affinamento per la tipologia “Rosso” deve essere di almeno due anni, di cui almeno uno in legno, mentre per il vino “riserva”, tre anni di cui almeno 18 mesi in legno. Titolo alcolimetrico minimo totale: rosso 12,50% Vol, riserva 13,00%Vol. La permanenza in botti non serve a dare al vino un sapore di legno, come erroneamente si può pensare, ma gli concede soprattutto un buon periodo di microssigenazione che ne ammorbidisce i tannini rendendolo, così, ricco e tipicamente suadente.

Le caratteristiche del vino, stando al disciplinare, sono: colore rubino piu’ o meno intenso, tendente al granato con l’invecchiamento; olfatto, intenso, persistente, caratteristico; palato, secco, sapido, giustamente tannico, morbido e di corpo;.

Curiosa la storia di questo vitigno, dalle radici antiche ma con sviluppi recentissimi, poichè solo nel 2002 è stato inserito come vitigno autoctono nel Registro Nazionale varietà di Vite del MiPAF. Ciononostante, sembra che esistano in zona ceppi prefillosserici su piede franco, ancora produttivi. Il nome dato a questo vino sa di leggenda: fu infatti un contadino di Pontelatone a trovare, alla fine dell’800, un antico ceppo di questa varietà, chissà come abbandonato e sopravvissuto, ultimo nella zona, all’interno di un rudere nel suo podere e, riprendendo da quella pianta un primo vigneto, il vino che ne traeva era così tipico e buono che le genti del luogo, apprezzandolo, lo identificarono come “ò vino e chella casa vecchia!”… da cui il nome “Casavecchia”. I figli di quel contadino, intervistati negli anni ‘30 del secolo scorso, confermarono il ritrovamento di una vecchia pianta dal fusto superiore ai 20 centimetri di diametro, confermando che quella vite era dunque sopravvissuta pressoché indenne e vitale alle tremende infestazioni di oidio e di fillossera della seconda metà dell’800, riuscendo poi a ripartire per dare vita alla progenie cui oggi si attribuisce questa DOC che definirei stoica oltreché storica! Buona degustazione a tutti!